martedì 22 febbraio 2011

La caduta del Colonnello



Mentre il sultanato di Gheddafi va in frantumi l'Italia trema, nel timore delle conseguenze che potrebbero derivare dalla caduta del Rais.

Il regime è impegnato a sedare la rivolta nel sangue, con l'esercito che compie stragi di piazza.
Muammar è assente e non si mostra alla folla, mentre le apparizioni del figlio Saif al Islam, considerato il più moderato, cercano di camuffare l'orrore che si sta perpetrando in queste ore nelle strade di Bengasi, un vero e proprio genocidio di civili, vittime dello stesso esercito che dovrebbe proteggerli.
Le voci della comunità internazionale che richiedono un'intervento in Libia si fanno sempre più forti, mentre il Governo Italiano tace a causa degli interessi nazionali in gioco, nella speranza che i disordini cessino e che tutto ritorni alla normalità.
A rischio accordi miliardari nel settore del petrolio e del gas, oltre a partecipazioni importanti nelle principali aziende italiane e appalti edili, nonchè i trattati per contrastare l'immigrazione clandestina. Se il Colonnello se ne và salta tutto e la nazione a rimetterci di più sarà proprio l'Italia, che ha fatto della Libia il principale investimento estero.
Per nulla chiara è inoltre la situazione di quelle aziende e banche che, come Unicredit, hanno nel tesoro Libico una buona fetta di partecipazioni.
Ieri la Borsa di Milano è stata quella tra le più colpite dalle vendite per timore della crisi, mentre oggi un presunto "problema tecnico" ha mantenuto chiuse le contrattazioni a Piazza Affari, evidentemente per il timore fondato di un "panic selling".
Nessun Ministro italiano si schiera apertamente contro il Colonnello per le violenze perpetrate dall'esercito sui civili, mentre il Premier "amico fraterno" del Rais, colui che lo ha definito un "leader di Libertà", resta in un'imbarazzato silenzio.

Una politica estera basati sui rapporti personali, che hanno favorito il consolidamento di un regime in cambio dell'accesso alle risorse naturali Libiche comincia a dare i suoi frutti. Senza il Colonnello l'integrità di un paese da sempre diviso in tribù rischia la frammentazione, mentre tutti gli accordi commerciali, soprattutto quelli energetici elemosinati a lungo dal nostro Governo andrebbero a monte.

Gli effetti di questo silenzio si fanno sentire ed è di queste ore la notizia che gruppi di manifestanti armati hanno occupato e bloccato i gasdotti che attraverso il mare riforniscono l'Europa e l'Italia, per punire un'occidente che resta a guardare di fronte alle stragi.

Come un castello di carte crolla tutto il Maghreb dallo Yemen fino al Marocco, con il rischio di innescare un'enorme catastrofe umanitaria alle porte di un'Europa che si dimostra ancora disunita e incapace di gestire situazioni di crisi.

giovedì 17 febbraio 2011

For All Mankind



« Here Men From Planet Earth
First Set Foot Upon the Moon
July 1969 A.D.
We Came in Peace For All Mankind »

20 luglio 1969 ore 4.17 : "Houston, qui Base della Tranquillità. L'Aquila è atterrata. "
Nel mare della tranquillità, a 384.000 chilometri sopra le nostre teste si compiva il piccolo passo di un uomo che fu il grande balzo dell'umanità.
La Luna, nei secoli desiderio inconscio dell'uomo, veniva per la prima volta raggiunta dalla missione Apollo 11, stabilendo definitivamente l'inizio dell'esplorazione spaziale.
Come ogni conquista, la principale ragione dello sforzo più grande che uomo abbia mai concepito fu dettato dalla guerra.
Tutto ebbe inizio nel 1961, agli albori della gara spaziale tra URSS e Stati uniti.
In un discorso alla nazione il presidente Kennedy annuncia al mondo la nascita del Programma Apollo, del costo di 22 miliardi di dollari, con lo scopo di portare un uomo statunitense sulla Luna entro la fine della decade.
"Abbiamo scelto di andare sulla Luna e di fare altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili", disse Kennedy.
Perchè il Presidente degli Stati Uniti scelse un'obiettivo così difficile da raggiungere?
Ai tempi l'America era in gara con l'Unione Sovietica per il predominio sul mondo, la seconda guerra mondiale era terminata da poco più di un decennio e già si affacciava la minaccia di una nuova guerra.
Ma questa volta le armi di distruzione di massa avevano raggiunto un potere tale che, per la prima volta, l'uomo era realmente in grado di annientare se stesso e tutte le forma di vita sulla Terra.
Fu il reale rischio di un'Apocalisse a fare in modo che lo scontro tra i due blocchi venne spostato dal conflitto militare alla sfida spaziale?
Con quel discorso l'intento di Kennedy fu quello di rendere coesa la nazione, in modo da concentrare all'unisono gli sforzi di ogni singolo americano. Se la sfida Lunare fosse stata vinta dagli Americani, essi avrebbero prevalso sui Russi, poichè avrebbero dimostrato di essere superiori dal punto di vista tecnologico.
Eppure quel giorno del 1969 l'umanità intera era stretta attorno ai tubi catodici in bianco e nero, per assistere alla prima diretta televisiva interplanetaria della storia umana, del primo sbarco sulla Luna della storia umana.
Per 5 giorni l'umanità fu una ed unica.
Non esistevano più Russi ed Americani, per la prima volta nacque la consapevolezza di abitare tutti lo stesso pianeta ed ogni uomo fu semplicemente "di razza umana".
Come un'unica entità gli abitanti del pianeta Terra assistevano al primo passo verso le stelle, unica speranza di salvezza da un'estinzione certa.
Forse il più grande miracolo della missione Apollo non fu quello di portare due astronauti sulla Luna, ma quello di aver dato all'uomo una visione più grande di se stesso, salvandolo dall'auto distruzione.

Oggi come allora vediamo grandi blocchi contrapposti, ognuno con volontà di predominio sugli altri.
La minaccia di una nuova guerra mondiale richiede una nuova missione, una nuova utopia da raggiungere che consenta ancora una volta all'uomo di sopravvivere.
Oggi il Presidente degli Stati Uniti punta il dito su una nuova meta, guarda oltre la Luna e dichiara che l'uomo andrà su Marte entro il 2030.
Questa volta lo sforzo andrà al di là delle capacità di una singola nazione ed è per questo che fin da ora viene richiesta la collaborazione di tutte le agenzie spaziali del mondo.
Può la condivisione di un obiettivo comune tanto lontano, unire gruppi di persone divise da opinioni e interessi contrastanti?
Le conquiste tecnologiche di una simile impresa, permetteranno all'uomo di accedere a risorse illimitate, in modo da cancellare definitivamente le guerre e le ingiustizie?
Possono avere le missioni spaziali, per queste motivazioni, un significato ancora più profondo ed ampio, dell'allunaggio o ammartaggio di un uomo?

"Lo stolto guarda il dito che indica la luna.
Il saggio guarda la luna".

La chiave del successo dell'uomo è la capacità di adattarsi alle condizioni più ostili e di porsi obiettivi al di là delle sue possibilità, nell'intento di migliorare se stesso. Marte è solo il secondo passo.

domenica 13 febbraio 2011

Ondata Islamica



Un'onda di rivoluzione attraversa in queste settimane il Maghreb. In Tunisia la cacciata di Ben Ali getta il paese nel caos. Il presidente del Parlamento, Fouad el-Mabazaa, assume l'incarico temporaneo di presidente della Repubblica, mentre disordini, saccheggi e rivolte nelle carceri rendono impossibile ristabilire l'ordine pubblico. Il presidente è fuggito con la famiglia al seguito, cercando riparo in Arabia Saudita, mentre si apre una nuova emergenza sbarchi, con i primi arrivi di migliaia di profughi in cerca di rifugio in Europa.
A qualche migliaio di chilometri di distanza l'Egitto, da sempre guida e riferimento di tutto il mondo arabo, viene sconvolto dai medesimi moti rivoluzionari, segnando la fine del dominio quasi trentennale di Hosni Mubarak.
Dopo alcune settimane di tentennamenti, in cui il Rais ha tentato di restare al potere promettendo nuove riforme, la folla oceanica che ha invaso Il Cairo lo ha costretto a cedere tutti i poteri ai militari, che si propongono come garanti delle aspirazioni democratiche di un popolo oppresso da decenni di regime.
In queste ore la folla esulta al grido di "Dio è grande" mentre il vicepresidente Omar Suleiman preme affinchè vengano indette al più presto nuove elezioni democratiche, nel timore fondato di un colpo di stato da parte dei militari.
L'occidente guarda con attenzione agli avvenimenti di queste ore, auspicando una transizione democratica del paese, senza spargimenti di sangue. L'attivismo dei Fratelli Mussulmani fa presagire una possibile deriva islamista del paese, che causerebbe un'effetto domino in tutto il mondo arabo.
Israele manifesta preocupazioni sul futuro dei rapporti col vicino Egitto, avendo perso un leader che garantiva un'alleanza strategica decennale coi Il Cairo.
Una possibile ascesa al potere dei Fratelli Mussulmani, potrebbe causerebbe un cambiamento di rotta analogo a quanto avvenuto in Iran con l'Ayatollah Khomeini, con il rischio di travolgere la Tunisia, che al momento è senza un Governo.
A rischio anche Algeri, scossa da tumulti popolari che al momento vengono contenuti da un impressionante apparato di polizia.
Non a caso Ahmadinejad plaude alla rivoluzione definendola un "Risveglio Islamico" e propondendo l'Iran come nuova guida spirituale del nuovo mondo Arabo.
Nel frattempo gli Stati Uniti stanno alla finestra a guardare, incuranti delle preoccupazioni sollevate dagli alleati Israeliani, che rischiano di trovarsi con un nuovo fronte caldo aperto con l'Egitto.
La speranza è che queste rivolte possano portare ad un governo libero e democratico, senza riaccendere un nuovo fondamentalismo islamico. Gli avvenimenti dei prossimi giorni andranno a disegnare un nuovo medioriente e a ristabilire gli assetti e i rapporti di forza tra il mondo occidentale e quello arabo.
Il fatto che la Fratellanza Musulmana nei giorni scorsi abbia preso le distanze dalle affermazioni dell’Ayatollah Khamenei e di Ahmadinejad, sulla natura prevalentemente islamica della rivolta fanno sperare in bene, tuttavia i timori restano fondati.

giovedì 10 febbraio 2011

Aspettando i titoli di coda


Le indagini giudiziarie che coinvolgono il premier rischiano di trasformarsi in un nuovo 1994, quando Mani Pulite decapitò l'intera classe politica dirigente del paese. Questa volta però la magistratura si concentra sul bersaglio grosso, l'ex Cavaliere oggi Papi, alias Silvio Berlusconi.
I pm Milanesi chiedono al gip il rito abbreviato per i presunti reati di concussione e prostituzione minorile.
Il premier reagisce al solito modo, sconfessando la legittimità di questi provvedimenti e definendo la magistratura un'avanguardia rivoluzionaria.
In questi giorni è in corso uno scontro tra le istituzioni senza precedenti, che vedono da una parte il Cavaliere imprenditore, delle serate frivole, colui che ha creato l'equazione Presidente del consiglio = Escort, Bunga Bunga e via dicendo.... , dall'altra la magistratura eversiva, rivoluzionaria, contraria al Popolo della Libertà, e quindi Comunista.
Tra i due litiganti chi ci rimette siamo sempre noi, sospesi tra un Porta a Porta e un Ballarò, mentre assistiamo all'ascesa alla celebrità di ragazze che nella migliore delle ipotesi sono Escort. Ragazze che hanno sofferto ma tenaci, che si sono risollevate dalla loro misera condizione, che si sono realizzate con la loro intelligenza, entrando nei salotti di Milano che contano e prestando la loro "consulenza" alla gente che conta.
Un esempio da seguire per tutte le ragazze che desiderano realizzarsi?


Ma nel frattempo il Governo, quello vero, cosa sta facendo?
Sta varando i provvedimenti necessari alla ripresa economica?
Sta aprendo tavoli di discussione con Confindustria, per evitare che l'eccezione Fiat diventi la regola?

Secondo Silvio sta lavorando e anche bene... per l'opposizione sta devastando il sistema Italia tra un festino l'altro.
Come sempre la verità sta nel mezzo, quindi ci piace pensare che un po' sta lavoricchiando, un pò si concede del meritato riposo.

La verità è che stiamo assistendo a un brutto film, di quelli lunghi e noiosi che non vedi l'ora che finiscano, ma sei al cinema e non hai il coraggio di alzarti e andartene, visto che hai pagato il biglietto.
Quando finalmente la proiezione sarà finità ci saranno i titoli di coda e si accenderanno le luci in sala. A quel punto una domanda sorgerà spontanea: "E adesso?"

venerdì 21 gennaio 2011

Federalismo quanto mi costi?



In principio era la secessione, poi il federalismo, ora si chiama federalismo fiscale.
Comunque lo si definisca piace al Nord che lo interpreta come: "teniamoci i soldi per noi", mentre la maggioranza degli Italiani ignora i presunti vantaggi di un'Italia federale.
In questi giorni assistiamo all'accelerata del Governo per far passare il testo alla camera, incalzato da una Lega che minaccia le urne anticipate qualora non venga approvato.

Per quanto il federalismo sia visto come la panacea di tutti i mali del Belpaese, ancora non è chiaro in che modo potrà risollevare le sorti di una finanza publica disastrata.
Ci prova Tremonti a chiarire le idee spiegandoci che "la riforma non e' solo un esercizio finanziario ma serve a riportare sotto controllo tutte le voci della finanza pubblica".

Per il ministro "l'Italia era più federalista ai tempi di Mussolini di quanto lo sia adesso. Si è scelto di portare tutto il potere al centro e il centro, caricato di troppi oneri, se ne libera cominciando a fabbricare debito pubblico".
"l'Italia" - ha osservato ancora Tremonti - "è diventata un paese con altissimo debito pubblico, altissima inefficienza amministrativa, elevatissima evasione fiscale e non elevato grado di moralità nell'amministrazione della cosa pubblica. Tutti fattori che dipendono dalla scelta di concentrare tutto al centro. E' un albero storto che va raddrizzato".

Ma quanto ci costerà questa prodigiosa riforma?
Saranno necessarie nuove sedi, nuovo personale e stipendi, il costo della devolution non è noto, come lo stesso Tremonti ammette.

Secondo Calderoli non costerà niente. Niente perchè a suo parere il personale "federale" verrà trasferito da quello statale, anche se l'impressione è che man mano che le regioni si consolidano i "trasferiti" siano effettivamente pochi.
In un'altra occasione il coordinatore della Lega ha dichiarato che il problema non esiste perché "tutti gli Stati federali costano meno di quelli centrali".
Peccato che tutti gli stati federali attualmente esistenti sono nati come tali, pertanto non è possibile sapere quanto sarebbero costati se fossero stati centralizzati.
Nessuno sa inoltre di quanto si allungheranno i tempi decisionali, perchè è chiaro che in un Governo decentralizzato aumenteranno i veti e i blocchi su qualunque iniziativa politica ed economica.
Tuttavia i costi elevati dipendono anche dall'incompetenza e dal clientelismo del personale che lavora, quindi il rischio è che si passi da un'unico centro di Governo, costoso e inefficiente, a una sfilza di Governi Regionali, così da paralizzare del tutto il paese e lievitando i costi già altissimi dell'amministrazione.
Senza contare che man mano che si scende a sud il reclutamento di personale é scandalosamente familistico e pericolosamente infiltrato dalla malavita. Le assunzioni non avverrebbero per merito, ammesso che ora lo siano, ma con l'obiettivo di allevare clientele elettorali.

Un federalismo di questo tipo sarebbe davvero un bel risultato.

Mentre i paesi Europei vanno in direzione di un unico Governo centrale , con l'obiettivo di realizzare un'unificazione reale, con strade e ferrovie di migliaia di chilometri, da noi un comune blocca un cavalcavia o un traliccio dell'alta tensione, con l'unico scopo di battere cassa, questa riforma non farà altro che accentuare questo tipo di problemi.

La riforma porterà il paese già frammentato ad essere ancora più diviso, con un Nord ricco ed e un Sud estremamente più povero, dominato dalla malavita e dalle raccomandazioni.
A quel punto il rischio di una secessione diventerebbe reale a causa dell'eccessiva disparità di ricchezza.
Neppure è chiaro cosa accadrebbe a quelle Regioni che già adesso sono indebitale fino al collo.
In un sistema federale "reale", come negli Stati Uniti, una città può fallire.
Da noi città come Roma, Palermo e Napoli saranno realmente libere di farlo? E cosa accadrebbe a quel punto?

Un dibattito pubblico vero, sulla reale convenienza del federalismo sarebbe sacrosanto, una riforma di questa portata non può essere considerata un mero strumento di propaganda Leghista, imposto sotto la minaccia delle urne anticipate. Purtoppo l'attenzione degli Italiani è al momento rivolta altrove, anche grazie ai giornali e alle televisioni, che fanno la loro parte.

mercoledì 19 gennaio 2011

Dove finisce la politica.


Basta.
Questa è l'unica parola che ci sentiamo di dire, di fronte all'ennesimo scandalo sessuale che ha travolto il Premier Silvio Berlusconi. Non ci rivolgiamo a lui direttamente, poichè non è evidentemente in grado di mettersi al riparo dal fango che gli viene gettato addosso di continuo, ma proprio ai quotidiani che ci bombardano con titoli di prima pagina su Ruby, sui Bunga Bunga e sulla vita sentimentale di un uomo che all'estero è considerato lo specchio della povera Italia.
Italiani brava gente, non più pizza e mandolino ma Bunga Bunga e prostitute, costretti a sopportare l'esuberanza di un premier incapace di realizzare di essere diventato nient'altro che un relitto politico.
Incastrato in una maggioranza farlocca, protratto con tutte le sue forze verso il tentativo di far approvare il legittimo impedimento, unica possibilità rimasta per scampare ai processi pendenti.
Ostaggio di Bossi, che da Pontida tuona contro "Roma ladrona" perchè passino le sue riforme pseudo-secessioniste, affinchè il nord sia libero dal sud parassita.
Eppure non ci sentiamo di incolpare totalmente il presidente "latin lover", gran parte della responsabilità va ai giornali, che non perdono occasione per soffocare le notizie "vere" con dello squallido gossip, mentre la magistratura dimostra un evidente interesse nel distogliere l'attenzione dai problemi veri, pur di demolire mediaticamente Silvio
Grazie a loro il dibattito politico viene annichilito dal fragore delle feste e dalle escort spregiudicate, mentre tutto il resto va in pezzi.

Tutto tace sulla vicenda Fiat, mentre i lavoratori perdono i diritti conquistati in anni di battaglie sociali.
Non una voce di protesta si è levata dal Governo per condannare l'operato di Marchionne mentre minaccia di chiudere Mirafiori, se le sue richieste non passano senza condizioni.
In altri paesi i capi di Stato trattano direttamente con il manager, pretendendo tutela dell'occupazione, da noi si cede al ricatto "o così o ce ne andiamo" e si dà la colpa ai sindacati.
In Afghanistan muoiono i nostri soldati per una guerra le cui ragioni ancora non ci sono state spiegate, mentre l'unico laconico commento del Premier è:

"Sono addolorato, mi chiedo se ne valga veramente la pena."

Non spetta al Governo Italiano stabilire se ne vale la pena o no?
Ma forse i membri del Governo sono troppo presi dai giochi di palazzo, nel tentativo di garantirsi una sedia cercando di comprendere se la maggioranza abbia ancora un futuro, o se il crollo sia inevitabile, a causa delle rivelazioni di una giovane escort Marocchina.
E quale giudizio dare ai giornali che danno più spazio a Ruby Rubacuori, anzichè all'uccisione dell'ultimo Alpino a Bala Murghab?
Le dimmissioni rappresentano l'ultimo gesto sensato di un Premier che non è più, scalzato dai Tremonti e dai Bossi che non vedono l'ora si levi dai piedi.

Ma forse è solo questione di tempo, logorato dagli anni in politica e dalle lotte con i magistrati, prima o poi il Cavaliere sarà costretto a scendere dal trono.
I suoi nemici lo attendono pazienti per portarlo alla gogna e anche in quel momento sarà al centro dell'attenzione. Unica speranza è che per allora l'Italia esista ancora come la conosciamo, e che non esistano una Republica Italiana del Sud e una Padania.

martedì 21 dicembre 2010

Schiavi del debito



Come il tristo mietitore Moody's si accinge a tagliare il rating del Portogallo, già sottoposto ad una dura pressione sui conti pubblici.
Allo stesso modo della ex "Tigre Celtica", l'ennesimo paese di Eurolandia facente parte del prestigioso gruppo dei PIGS, viene posto sotto la lente di ingrandimento della nota società con sede a New York, che esegue analisi finanziarie per conto degli investitori.
Un declassamento del rating del debito pubblico, cioè del livello di fiducia nella solvibilità del debito emessi dai governi, costituisce un vero è proprio Armageddon per le casse pubbliche di una nazione.
La conseguenza più grave è costituita dal rialzo degli interessi applicati ai titoli di stato, che periodicamente una nazione emette per finanziarsi.
L'esempio dell'Irlanda è lampante, negli ultimi mesi le obbligazioni emesse da questo paese hanno raggiunto un picco del 9% annuo. A tanto il governo è dovuto arrivare pur di riuscire a piazzare un buon numero di titoli di stato.
E' sorprendente il potere che queste agenzie di rating hanno dimostrato, capaci di tramutare la prima nazione europea in termini di crescita, in paese subsahariano.
Chi ha tratto giovamento da tutto ciò sono stati soprattutto gli investitori, che si sono assicurati delle obbligazioni a rendimento sicuro (a meno che l'Unione Europea non fallisca), ad un tasso annuo che il mercato azionario ormai si sogna da tempo.
I capitali necessari per onorare un tasso di interesse faraonico verranno reperiti tagliando il welfare e abbassando gli stipendi al popolo irlandese, che sconterà la speculazione dei soliti ricchi investitori.
Il dubbio che le sforbiciate ai rating, elargite da queste agenzie, non siano del tutto disinteressate è purtroppo lecito, non si trova in effetti una motivazione plausibile per la quale un paese debba pagare un interesse elevatissimo e insostenibile, se non per l'intento dichiarato di arricchire chi già è ricco, permettendogli di appropriarsi di denaro a tutti gli effetti publico.
Dopo aver spremuto per bene la piccola Irlanda, tutte le attenzioni si sono concentrate sugli altri anelli deboli della catena, la Grecia, che a causa dei tagli pubblici imposti al governo è sull'orlo della guerra civile e la Spagna, che per'altro ha resistito pur dovendo alzare i tassi di interesse.
Il prossimo della lista è il Portogallo, che vede il suo rating declassato suscitando le preocupazioni dei mercati.
Fortunatamente l'agenzia ha subito chiarito le vere motivazioni del declassamento con un comunicato ufficiale:
"uno o due gradini, rispetto all’attuale ‘A1′. Fermo restando che la solvibilità del Portogallo non viene messa in discussione".
Un paio di gradini evidentemente sufficienti a far lievitare ulteriormente le future aste di titoli di stato, che nelle ultime sedute hanno raggiunto la ragguardevole cifra del 5%.
Altre agenzie come Fitch, "minacciano" , come si legge sui notiziari economici, di tagliare il rating a JUNK, cioè "spazzatura".
Stranamente queste operazioni assomigliano ad una vera e propria guerra economica condotta contro le economie europee.
L'obbiettivo dichiarato è quello di consentire ai ricchi investitori di realizzare guadagni astronomici a scapito della popolazione, a cui saranno chiesti sacrifici enormi per onorare debiti contratti contro la loro volontà.
Quello che sta avvenendo è evidentemente il trasferimento di richezza dal publico al privato, lasciandosi alle spalle un debito insostenibile per le casse di qualunque stato.
L'unica cura proposta dall'unione europea è costituita dall'imposizione di tagli alla spesa pubblica ed aumenti della tassazione.
Un esempio ci viene fornito dagli ultimi tagli imposti ad Atene, nel nome di una cura che assomiglia parecchio ad un'eutanasia.

Le misure, chieste in modo pressante da Bruxelles e decise durante una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri, comprendono un taglio alla quattordicesima (60%) e alla tredicesima mensilità (30%), nuova riduzione delle indennità salariali (per un totale del 12%), congelamento delle pensioni (in aggiunge a quella di tutti i salari pubblici già in atto), aumento dell'Iva (al 21%), eliminazione dei bonus ai manager pubblici, aumento delle imposte su alcool (+20%), sigarette (+65%), benzina (8 cents in più al litro), gasolio (3 cents) e beni di lusso.

Questi sacrifici saranno interamente a carico della popolazione, costretta a rinunciare ad un benessere conquistato in anni di sacrifici e lotte.
In passato ci si limitava a privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, ma evidentemente in tempi di vacche magre ci si "accontenta" di spolpare le esigue casse statali.
Il prossimo obiettivo è senza dubbio l'Italia, osso indubbiamente più duro, ma con un debito pubblico da spavento.
Un declassamento del rating, peraltrò già basso, provocherebbe un'impennata degli interessi sul debito che già ora fatichiamo ad onorare.
Una possibile soluzione potrebbero essere gli EuroBond di Tremonti, tuttavia mal digeriti dalla Germania, che sconterebbe dei tassi di interesse maggiori.
Il tasso di interesse applicato su questi Bond sarebbe infatti una media tra i tassi di tutte i paesi europee, di conseguenza gran parte degli oneri ricadrebbero sul contribuente tedesco.
Purtroppo non si vedono alternative ad una strategia comune dell'Unione Europea, atta a contrastare un fenomeno che sta assumendo i connotati di un vero e proprio assalto alla diligenza.
Un Bond europeo permetterebbe di controllare maggiormente il tasso di interesse nel collocamento alle aste e avrebbe il vantaggio di eliminare questo tipo di speculazioni sulle singole nazioni.
L'alternativa sarebbe quella di "ridurre a ben più miti consigli" le agenzie di rating, che sforbiciano qua e là in maniera apparentemente irresponsabile (o voluta?) per la gioia di pochi e il disastro di troppi.

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